Jan 29

Un generale al Ministero della Difesa?… come una volpe in difesa al pollaio!

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Di questi giorni, la dichiarazione del ministro Di Paola di voler permettere in Afghanistan l’utilizzo di “tutti gli assetti presenti in teatro, senza limitazione” dando ai nostri aerei “se necessario” la possibilità di bombardare. Nemmeno il precedente ministro La Russa, noto per la sua indole guerrafondaia, si era spinto a tanto e gli aerei Amx Ghinli, oggi di istanza ad Herat, cosi come i precedenti Tornado Ids, erano sempre stati utilizzati solo per missioni di ricognizione.
Queste affermazioni modificano sostanzialmente il ruolo dell’Italia nelle cosiddette “missioni di pace” ed i cosiddetti “caveat” aggravando ulteriormente il mancato rispetto da parte del Governo della stessa Costituzione Italiana. Ancora più grave il fatto che il ministro comunichi tali decisioni di fronte alla commissione Difesa bypassando il parere delle Camere. Sorprendente è poi il fatto che la decisione venga presa proprio mentre gli Stati Uniti di Obama e la Nato dichiarano di volgere verso una riduzione dei bombardamenti ed un graduale disimpegno da qui al 2014.
Reputiamo tali affermazioni pericolose ed avventate perchè siamo contrari a qualsiasi forma di violenza e “ripudiamo la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” soprattutto in un momento in cui il paese ha urgente bisogno di risorse e sforzi per rilanciare l’economia, l’istruzione, la sanità, l’impresa e la difesa dei diritti e dei Beni Comuni.

Claudio Santi

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Oct 25

La violenza, i violenti, il dissenso, il nonsenso

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Parto dal fondo – il nonsenso – argomento obbligato, di questi tempi.
Nonsenso è sentir parlare di condanna della violenza da chi, da anni e sistematicamente, ha violentato (o concorso a violentare) la democrazia e le sue istituzioni, la politica, la credibilità del paese, la cultura, il futuro delle nuove generazioni e degli italiani tutti (o quasi).
Ma nonsenso è anche la scelta di assaltare i bancomat per ferire i simboli dello strapotere delle banche. O almeno, è nonsenso quando non è un volontario atto di sabotaggio delle manifestazioni alle cui spalle si realizza (avete mai visto questi gruppi agire al di fuori dei cortei?). Le ragioni sono evidenti e non eludibili: gli assalti alle vetrate e ai distributori di denaro non arrecano alcun danno alle banche, semmai qualche piccola spesa alle loro assicurazioni; in compenso scatenano reazioni repressive che trovano nel nostro paese un immediato appoggio da parte di larghi strati dell’opinione pubblica, impaurita e manipolata, ma anche da parte delle forze politiche d’opposizione. Dicendo questo non intendo negare la portata delle strumentalizzazioni di cui sono responsabili i nostri governanti. Le risposte repressive sono il ricco bottino che il potere cerca di portare a casa appena sente messa in discussione la sua supremazia o vede muovere contro di sé forze determinate a smascherare le sue falsità. Dargliene modo non è un crimine: il modo lo troverebbe lo stesso, o lo creerebbe. E’ invece un esempio di stupidità politica, come tutti gli atti di ribellismo che, pur motivati da condizioni di disagio reale, non hanno mai portato, nell’intera storia dell’umanità, alcun frutto stabile sul piano del progresso, ma inevitabili cadute nelle servitù del passato.

Alcuni esponenti del movimento degli indignati hanno chiesto ai manifestanti di consegnare alla questura fotografie e filmati fatti durante gli scontri per facilitare l’identificazione dei violenti. Ma riflettete: chi dovrebbe essere consegnato a chi?
Tra i black block ci sono infiltrati. E’ sufficiente ricordare i fatti di Genova 2001 e le fotografie che ritraevano alcuni di questi “demolitori” mentre uscivano dalla caserma dei Carabinieri di Corso Italia per capire che è una pratica comune. Le loro facce sono note alle forze dell’ordine; non sono da smascherare. La loro presenza nelle manifestazioni è la ragione che impedisce a polizia, carabinieri e guardie di finanza di intervenire con decisione contro i violenti.
Tra i black block ci sono provocatori di opposta fazione (lascio usare il termine fascisti a Bossi, che a Varese e a Verona sembra averne riscoperto l’esistenza). A che servirebbe denunciarli? Gli episodi della caserma di Bolzaneto e quelli della scuola Diaz, sempre a Genova nel 2001, e altri indizi più recenti, che hanno attinenza con le morti in carcere o durante gli arresti, o con gli oscuri fatti di Spinacelo (caserma dei morsi), dimostrano che tra le forze dell’ordine albergano numerosi nostalgici del regime e dei suoi metodi, che non hanno dato prova di possedere alcun rispetto per la persona, per le sue idee, per la libertà di espressione. E questa è anche la ragione per cui non ha senso denunciare gente che per disperazione, immaturità, marginalità sociale, deprivazione culturale assume come unica forma di rivalsa la pratica della violenza distruttiva e inconcludente.
Le forze dell’ordine dovrebbero garantire lo svolgimento pacifico delle manifestazioni sia a tutela dei cittadini che ne vengono coinvolti sia a tutela dei partecipanti. A Genova e a Roma hanno dimostrato il contrario: per calcolo a Genova, forse per incapacità a Roma. Per impreparazione o per non aver compreso che il fenomeno del ribellismo, negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi, è andato aumentando parallelamente al disagio sociale, alla marcescenza del sistema politico, all’arroganza del capitalismo finanziario internazionale.
Poiché la posta in gioco, nei mesi a venire, sarà la sopravvivenza della democrazia, del pensiero civile, della possibilità di esprimere il dissenso e progettare alternative allo squallore del presente, è fondamentale evitare le commistioni tra la volontà di far sentire la propria voce e sperimentare i modi della partecipazione, da un lato, e il ribellismo devastatore, dall’altro. Inevitabilmente la responsabilità di ciò ricadrà sul movimento. Negli anni settanta le manifestazioni si proteggevano con servizi d’ordine che il più delle volte erano in grado di isolare i provocatori o i cretini. Oggi, che lo scontro sociale potrebbe diventare ben più alto, se ne sente nuovamente il bisogno. Se alle manifestazioni del dissenso politico e del riscatto sociale, decise senza ambiguità sui fini e sui mezzi, devono poter partecipare tutti, gli organizzatori non possono illudersi che siano sufficienti parole incerte contro i violenti o minacce di delazione. E’ indispensabile che sul terreno venga a mancare loro la copertura, anche involontaria, dei manifestanti. Mettere i violenti di fronte al netto rifiuto delle loro pratiche politiche e all’isolamento fisico è l’unica alternativa; altrimenti non resta che la rinuncia alle manifestazioni di massa.

Maurizio Giacobbe

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Sep 26

Il pianeta piange Wangari Maathai

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Il destino stavolta ci consegna una triste coincidenza. Il giorno dopo la marcia Perugia Assisi che a cinquanta anni dalla prima edizione di Aldo Capitini ribadisce con forza la richiesta di pace diritti e solidarietà, si è spenta a Nairobi Wangari Maathai,  premio Nobel per la pace 2004 e fondatrice nel 1977 del Green Belt Movement.
Nei suoi 71 anni di vita “la mamma degli alberi” ci ha insegnato a difendere i diritti umani battendosi in difesa dell’ambiente, a favore della biodiversità e dei posti di lavoro tenendo in considerazione primaria il ruolo della donna.
Un contributo alla causa dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace che passa attraverso gli oltre 40 milioni di alberi piantati lungo il continente africano contro la desertificazione e le oltre 30 mila donne addestrate in silvicoltura, in lavorazione dei generi alimentari e in apicoltura, e che diventa oggi concreta speranza per i movimenti e la popolazione kenyota chiamata a fare tesoro di questa preziosa eredità.

Claudio Santi

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